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Perché lo stereotipo della “maternità naturale” e della paternità come percorso fanno male alla nostra società.

Nella nostra cultura la madre è sempre rappresentata come felice di avere figli. La maternità sarebbe una spontanea aspirazione di tutte le donne e una condizione piena di gratificanti soddisfazioni. Mentre la paternità sarebbe una condizione a cui gli uomini aspirano solo con un certo sforzo di adattamento alle richieste delle donne e cioè la paternità non sarebbe spontanea, ma comporterebbe una certa difficoltà di accettazione e di elaborazione. Questi due stereotipi influenzano sia la condizione di madre che quella di padre e questo avviene non per ragioni psicologiche, né biologiche, ma per ragioni politiche. In realtà maternità e paternità sono al centro dell’organizzazione sociale e ne subiscono il contraccolpo.

La Chiesa cattolica esaspera la spontaneità gratificante della maternità perché detiene l’egemonia sulla Madre per eccellenza sulla Madre simbolica (Madonna) e le madri sono la base sociale del suo potere politico. Questo impianto è molto antico ed è stato costruito fra la fine del ‘500 e la ‘fine del ‘700. Nella modernità si esprime nella convinzione programmatica che l’educazione degli uomini debba essere razionalistica e scientifica e l’educazione delle donne invece debba essere religiosa.

Anche l’illuminismo non ha affrontato i problemi della irrazionalità fino in fondo, ne ha delegato buona parte alle donne e alla sfera domestica. Tutto il campo del matrimonio, della maternità, della filiazione (cioè là dove ci sono le donne) dal 1563 è materia esclusiva della Chiesa. Poiché la Chiesa (sebbene assuma come simbolo dell’istituzione la Madre per eccellenza la Madonna) è per norma una istituzione composta di soli uomini, il discorso formulato da donne sulla maternità è molto seriamente ostacolato dallo stereotipo potentissimo diffuso per secoli dal culto mariano. Malgrado la laicità e l’educazione scientifica rivolta anche alle donne fra ‘700 e ‘900, quell’impianto ideologico resta ancora molto attivo e di fatto le difficoltà della maternità non possono esprimersi se non come malattia nervosa e/o fisica.

È troppo disonorevole per una donna dire “ho fatto un figlio, ma sono in difficolta ad assumerlo”. Non riuscendo a parlare del suo disagio, entra in un terribile tunnel di simulazione, più si sente incapace e più sta ossessivamente addosso al bambino. Le numerosissime madri ansiose italiane sono donne che si sentono colpevoli di non essere abbastanza felici del figlio, come ci si aspetta da loro. Avvertono come una colpa anche la semplice stanchezza. Così le normali preoccupazioni e fatiche per i bambini diventano molto più gravose e difficili da accettare. Infatti, le madri ansiose sono anche madri molto insofferenti.

L’assenza del padre lamentata da molta psicologia non fa parte della spontaneità della paternità. Nell’immaginario cattolico infatti il padre umano non figura, lo scenario della famiglia è composto unicamente da madre e figlio. Come abbiamo già osservato, l’ambito del privato, del matrimonio (matris munus = dovere della madre) della educazione dei figli è affidato alla Chiesa cattolica. Tutto l’immaginario religioso allontana il padre dai figli e questa esclusione, nei paesi di cultura cattolica, è alla base della estrema fragilità delle leggi e dello Stato. Fragilità che induce alla ricerca di un Uomo Forte e di uno Stato violento. Infatti, il simbolico normativo della religione, non riconosce al padre alcun debito di riconoscenza e questo imposta una profonda incapacità di riconoscere il rispetto dovuto agli altri, necessario alla convivenza sociale.

Tocca alle donne far uscire dalla mitologia religiosa le relazioni umane a cominciare da quella con i figli e con i padri dei propri figli. Alla figura paterna deve essere restituita la centralità che gli è stata tolta.
È un compito politico.